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Condannata dal vizio della lettura veloce a divorare libri su libri mi sono resa conto che mi piace non solo sfogliarli, annusarli, toccarli, prenderli e darli in prestito, rubarli, nasconderli, regalarli... ma persino parlarne fino all'esaustione.

venerdì 30 dicembre 2016

Il Castello di Otranto - Horace Walpole (1764)

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Da un certo punto di vista, la lettura di questo libro è un'operazione archeologica; il motivo è che questo libro è riconosciuto come il nonno di tutti i libri horror e il capostipite del genere gotico che avrà un successo durato secoli.

Presentato come una traduzione di un manoscritto italiano del '500 (stratagemma per salvaguardare la seriosa reputazione di quarto conte di Oxford che pensava di legare la sua fama ad un lungo catalogo di biografie di autori inglesi), ci racconta una vicenda ambientata al tempo delle crociate. 

Con questa storia viene inaugurata quella visione del Medioevo oscuro, pieno di misteri e fantasmi, in cui le dame sono terrorizzate da apparizioni e mostri e solo un cavaliere senza macchia e senza paura, di illustri natali ma povero di sostanze, può salvare la situazione e vincere l'amore della fanciulla.

Tentare un riassunto della vicenda è un po' complicato perché gli eventi precipitano quasi senza filo logico. Per dare un'idea molto generale diciamo che l'ambiente è quello di un castello italiano durante le Crociate in cui cominciano tutta una serie di apparizioni spaventevoli iniziate con un enorme elmo che spiaccica l'erede al castello il giorno del suo matrimonio. Da qui si srotolano tutta una serie di rivoli di trama che passano attraverso una giovinotta che deve fuggire dalle brame erotico matrimoniali del signore del castello; di un giovane contadino che si svela essere (sorpresa delle sorprese) il figlio perduto di un nobile che si è fatto monaco per sfuggire al dolore della presunta perdita della famiglia; l'arrivo di un cavaliere muto con un'enorme spada che si rivela il padre della giovinetta insidiata. Non dimentichiamoci di spettri che escono dai quadri, di pezzi di gigante che appaiono in diversi luoghi del castello, di rumori e canti e urla di cui non si scopre l'origine e di tutto quell'armamentario che fa del gotico il precursore del genere horror-thriller che piace così tanto.
Insomma la sensazione fortissima di già visto e già sentito ci accompagna per tutta la lettura. Però... però c'è un'obiezione grande come una casa di cui tener conto: l'anno di pubblicazione! 

1764.

Il monaco è del 1796

Frankenstein è del 1818

Dracula è del 1897

Qui, in realtà, tutto quello che noi leggiamo nel Castello di Otranto è pura invenzione di Walpole che ci regala non solo un nuovo genere letterario che avrà la sua bella casellina riempita di tutta una serie di libri e romanzi che si pubblicano, leggono, citano, copiano anche adesso (Stephen King e Anne Rice hanno fatto del gotico uno dei loro filoni meglio riusciti), ma anche una visione tutta nuova del Medioevo. Non solo l'epoca ignorante come la vedevano i rinascimentali, ma cupa, oscura, malvagia, misteriosa. 

Riletta a distanza di due secoli la storia ci appare a tratti senza senso e carente, in alcuni punti, di nessi logici (perché l'elmo è uguale uguale a quello di marmo della statua di San Nicola ma è di metallo e, se non è quello di San Nicola, perché quello della statua scompare? Di chi è questo cavolo di Castello?). Resta comunque fascinosa per il ritmo incalzante con cui si fa trangugiare. Un colpo di scena dopo l'altro, con personaggi che appaiono e scompaiono e tornano trasformati in nobili o cavalieri mascherati. Tutto condito da quest'atmosfera di incombente orrore... chissà perché ma mi sono immaginata un cielo perennemente sull'orlo della tempesta, con venti e fulmini a punteggiare il giorno e la notte. 

Quindi, in fin dei conti, è un libro da leggere. Anche solo per poter dire, come amante del genere horror, ho letto praticamente tutto.

Consiglio di lettura: per gli appassionati e i curiosi. E' una lettura che non occupa più di un pomeriggio anche perché non c'è un punto pensato per fare una pausa.

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domenica 6 novembre 2016

Cari mostri - Stefano Benni (2015)

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Questo libro si è dimostrato più sorprendente di quanto mi aspettassi. Conosco e apprezzo i libri di Stefano Benni da più di un quarto di secolo... ancor prima di capire fino in fondo il suo messaggio, per così dire, politico e quindi pensavo che non sarebbe riuscito a prendermi di sorpresa; tutta colpa di quella sicumera che viene ai lettori affezionati che ritengono di avere un dialogo speciale e intimo con gli autori e i loro libri. Capita a tutti di pensare Ah, che bello un nuovo libro di X! Mi sentirò subito a casa in pantofole...

Ecco, la grandezza di un Autore sta proprio in quel sottile confine tra domesticità e sorpresa. Farti sentire come se avessi le risposte in tasca e poi strapparti un bel po' di certezze per farsi rincorrere giù per la china delle invenzioni e dei pensieri. 

Questo mi ha fatto venire in mente quanto, nei beati tempi della gioventù universitaria, seguivo il corso di storia della musica; la nostra insegnante, per spiegarci la struttura complessa ma riconoscibile delle Fughe di Bach ci invitava a riconoscere e seguire i temi, non più di quattro, che venivano proposti e variati e mutati nel corso dell'opera. Ecco, è questo l'effetto che un bravo autore mi fa: riconosco i temi portanti ma mi faccio sorprendere dalle variazioni e dai registri sorprendenti in cui vengono sviluppati.

Nella serie di racconti di cui si compone Cari mostri si riconoscono motivi tipici della scrittura di Benni: la critica alla società, il comico e il grottesco al servizio della riflessione, gli esseri umani incapaci di vedere al di là del profitto come ciechi robot. Tutti temi ricondotti al racconto di genere, quello horror e thriller. 

Insomma, questo è un libro che diverte, spaventa, inquieta, fa incazzare come è necessario che sia un bel libro.

I racconti sarebbero tutti da segnalare, ma non mi piace anticipare niente, quindi voglio solo ricordare L?ispettore Mitch per chi è amante dei gatti e del genere poliziesco;  La storia della strega Charlotte  per chi ama l'uso fantasioso del linguaggio da parte di Benni; San Firmino per chi, come me, guarda le bambole e gli oggetti antropomorfi e meccanici con molto sospetto; Verso casa perché è un pezzo gotico classico; Il miracolo perché una madonnina che ride mi mette addosso un sacco di allegria.
Ovviamente non sono tutti... scoprite voi gli altri.

Buona lettura


Consiglio di lettura: per chi, per un motivo o per l'altro, ha poco tempo da dedicare alla lettura. Questi sono racconti brevi che regalano immagini folgoranti e momenti di puro relax concentrati. 

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mercoledì 31 agosto 2016

Ragazzi che amano ragazzi - Piergiorgio Paterlini (1991 - 2011)

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Ragazzi che amano ragazzi è libro che racconta storie di giovani uomini che hanno deciso di raccontare le loro esperienze e la scoperta di amare e desiderare qualcuno del loro stesso sesso.
Le storie sono state raccolte dal giornalista in giro per l'Italia nel 1990 ma sembrano raccontate ieri.
E' probabilmente questo che mi ha colpito di più, il fatto che dopo vent'anni queste storie siano così attuali. 

Storie di bullismo quando ancora non era di "moda" in cui un comportamento fuori dalla norma ti bolla per sempre quando sei semplicemente alla ricerca della tua identità. 
Storie di rifiuto in famiglia oppure di profonda vergogna, di sentirsi "malato".
Ci sono anche tante storie normali, di ragazzi che si innamorano, che si sentono attratti, che vanno a ballare o che giocano a calcio e vanno a scuola più o meno bene.

La vera forza di questo libretto sta proprio nelle storie quotidiane che racconta, perché mostra che si può essere adolescenti gay ed non essere alieni. Sapere di non essere soli a combattere gli stessi mostri fa sentire chiunque meno disperato.

Consiglio di lettura: lo consiglio a tutti, per togliersi di dosso l'idea che un figlio gay è una disgrazia e che capita solo agli altri e rendersi finalmente conto che l'orientamento sessuale è solo uno degli elementi che costruiscono la persona, e questo non la fa essere più o meno valida.

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mercoledì 24 agosto 2016

BOOK CHALLENGE La pioggia prima che cada - Jonathan Coe (2007)

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BOOK CHALLENGE: Un libro con una bambina sulla copertina.


Prima che la pioggia cada è un libro sui rimpianti, su quel che poteva essere e non è stato. Più precisamente è un libro su qualcosa che noi credevamo che fosse giusto avvenisse e non è successo.
So che è complicato, ma non lo vuole davvero essere.

Innanzitutto è un libro letto per caso; cercavo una lettura che mi distraesse un po' dopo aver letto tutto quello che Ellis Peters ha scritto su fratello Cadfael (qui quel che ne penso) e mi serviva un libro sorpresa, un libro cioè di cui non sapevo niente e per cui non avevo aspettative. Non sono capace di andare totalmente alla cieca, così mi sono affidata ad un autore di cui ho letto libri che mi sono piaciuti davvero tanto (ad esempio La casa del sonno) ma che era un bel po' che non leggevo.

La storia comincia con una morte e delle fotografie. Zia Rosamond è morta e Gill ha l'incarico di occuparsi delle sue ultime volontà. L'infruttuosa ricerca della beneficiaria porta Gill e le sue figlie ad ascoltare le cassette che la zia stava registrando prima di morire.
Quello che si dipana nell'ascolto è la storia della vita della zia raccontata attraverso la descrizione di fotografie a beneficio di Imogen, la nipote cieca della migliore amica della protagonista. 
Quella che ci viene raccontata è la storia di donne che hanno ricevuto troppo poco amore e che ne sanno dare a loro volta davvero poco e davvero male; donne che amano moltissimo ma non sanno qual è la realtà e quale sia il loro sogno d'amore e donne che vivono il loro amore in silenzio.

Questo libro, scritto da un uomo, in cui le protagoniste sono tutte donne e la presenza degli uomini è sporadica e quasi ininfluente nello svolgersi della trama mi ha molto colpito. Jonathan Coe ha un talento speciale per tratteggiare le figure femminili non stereotipate e in questo libro racconta con grazia e struggente tenerezza di donne che non ce l'hanno fatta. Racconta di madri che non sono in grado di amare e di donne che amano altre donne e che credono che, se fosse data loro la possibilità, sarebbero madri migliori.

Il titolo del libro è una battuta di un dialogo tra Rosamund, Thea e Rebecca, il più grande amore di Rosamund. Thea preferisce la pioggia prima che cada che rappresenta tutto quello che potrebbe essere e forse non sarà, tutto il ventaglio di possibilità che ci viene aperto davanti e che le scelte che facciamo via via riducono.

Quello di Rosamund è un malinconico ripensare al suo desiderio di famiglia, di maternità, di amore, strappato via dalle circostanze e dai casi della vita.

Consiglio di lettura: Coe ha un talento per raccontare i dolori privati, le sofferenze intime. Ha anche una sensibilità non comune per descrivere le donne e questo libro tutto al femminile dà un saggio molto intenso delle sue capacità. Lo consiglio a tutti perché non è comune entrare così profondamente nel cuore delle donne.

venerdì 22 luglio 2016

BOOK CHALLENGE Storia di un corpo - Daniel Pennac (2012)

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Con questo libro Pennac si è fatto perdonare un sacco di cose.

Prima fra tutte non aver scritto un romanzo che si possa definire tale da millemila anni. 
Devo dire che si è fatto perdonare eccome, con questo libro. L'ho appena concluso e sto scrivendo sull'onda di quella nostalgia divertita che mi prende alla fine di una lettura a me congeniale. 
E' stato uno di quei libri da cui mi aspettavo davvero poco (ah, essere traditi dagli amori giovanili brucia ancor di più) e invece mi ha dato tanto.
Un regalo inaspettato fa ancor più piacere. 

Non è un romanzo in senso stretto, è la storia, in forma di diario, di un corpo, letteralmente. Dai 12 agli 86 anni viene registrato ogni cambiamento della struttura fisica. Insiste in diverse occasioni nel dire che non è un diario intimo, nel senso dell'interiorità, ma è il diario di una presa di possesso del proprio corpo da parte di un bambino che è stato a lungo il fantasma del padre morto troppo presto. Eppure, via via che passano le pagine ci rendiamo conto che tutta questa fisicità - il dolore, le funzioni fisiologiche, la pura sensazione - sono il tramite, non il pretesto, per farci strada nell'intimo, nel "cuore" del protagonista. Dopotutto il lutto, l'amore, la paura, la gioia hanno un'espressione fisica potente che non lascia indifferenti.

Non ci lascia indifferenti neanche questo corpo, questo racconto sempre più struggente, sempre più puntuale e dolcissimo come sa essere la scrittura di un Pennac maturo che ci fa ridere ma ci fa anche piangere, che descrive la vita di un uomo dall'ultima infanzia all'agonia ed è credibile in ogni singola pagina. 


Ho sottolineato parti di questo libro come non mi capitava da tempo; non sono solita pasticciare i libri, ma questo meritava davvero che segnassi le parti che mi hanno colpito.
Tra tutto quello che ho sottolineato - tra cui una credibilissima descrizione dell'ansia, Daniel sei uno di noi - vorrei trascrivere qui un minuscolo frammento che racchiude perfettamente il tono tra poetico e triviale che accompagna tutto il libro:

13 anni, 1 mese, 14 giorni                                                                   Martedì 24 novembre 1936
La nostra voce è la musica che fa il vento quando ci attraversa il corpo. (Be'. quando non esce da sotto).

GRAZIE, DANIEL!

consiglio di lettura: a tutti! Abbiamo tutti un corpo, abbiamo tutti paura e abbiamo tutti una passione, un amore. Lo consiglio anche solo per leggere dello sguardo incantato e meravigliato con cui guarda sempre sua moglie. 


Davvero poco importante, ma segno un punticino sulla mia personale lista di lettura:
BOOK CHALLENGE: un libro scritto in forma di diario.

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lunedì 18 luglio 2016

BOOK CHALLENGE La soluzione sette per cento - Nicholas Meyer (1974)


Più riguardo a La soluzione sette per centoBOOK CHALLENGE: 

Un libro con la copertina verde o con qualcosa di verde


Povero questo libro, meritava un'etichetta un po' più dignitosa di "un libro verde"... ma ogni tanto devo barare e infilare a forza dei libri in questa personalissima sfida. 
L'anno prossimo mi organizzo meglio, ho già qualche idea per le prossime etichette libresche...

Questo libro è uno dei grandi classici degli apocrifi sherlockiani, assieme a Il mandala di Sherlock Holmes. Per quel paio di curiosi che passano di qui per caso e non conoscono il magico mondo degli apocrifi, dicesi apocrifo sherlockiano l'invenzione, da parte di un autore moderno, di un'avventura del consulente investigativo più famoso al mondo. L'idea è quella del tributo al genio e all'invenzione  di Conan Doyle cercando di ricostruire le atmosfere della Londra di fine '800 e di mantenersi più aderenti possibile all'originale.
Come dicevo prima questo è uno dei grandi classici del genere, è stato scritto quando ancora non era di moda e quindi aveva ben pochi paragoni a cui ispirarsi o legarsi se non i libri di Doyle.

Propone un punto di vista davvero interessante, un'idea molto ben congegnata e strutturata: Sherlock Holmes ha un gravissimo problema con la cocaina (soluzione sette per cento è la soluzione che si inietta Sherlock... particolare che il medico Doyle si premura di farci sapere) che lo porta ad essere paranoico nei confronti del proffessor Moriarty, colpevole solo di essere stato il suo insegnante di matematica quando l'investigatore era un giovinetto.
Un bel colpo per gli appassionati dell'investigatore che si vedono il loro personaggio preferito smontato di tutto il suo acume e acutezza di visione per essere trasformato in un tossicodipendente talmente disperato da essersi trasformato in un pazzo paranoide.

E da questa palude in cui l'autore fa sprofondare Sherlock come ne usciamo?

Con un altro colpo di genio, l'incontro con il massimo esperto di meccanismi mentali e tossicodipendenze del momento storico: Sigmund Freud.
L'incontro avviene dopo un lungo inseguimento messo in piedi da Watson e Mycroft, il fratello di Sherlock, a cui Holmes abbocca solo perché, secondo me, è totalmente preso dalla cocaina e la sua proverbiale intelligenza è ottenebrata dal vizio,
L'autore ci regala un'immagine di Vienna del tempo molto vivida e affascinante che non ci fa rimpiangere la Londra vittoriana, ma, soprattutto, tratteggia un ritratto di Freud estremamente credibile, quello di un uomo non vinto, nonostante le crescenti difficoltà ad operare per le sue idee rivoluzionarie e per la sua origine ebraica, e una mente acuta e penetrante dell'animo umano.
Ma questa non è una storia di uscita dalla droga, non solo. Perché il paziente non è uno qualunque, ma è Sherlock Holmes e quindi non può mancare un mistero molto ben incastrato con la vicenda personale dell'investigatore.

Da segnalare lo scontro tra menti acutissime con un bel pizzico di sicurezza di sé e dei propri mezzi che porta Freud e Holmes quasi a gareggiare per risolvere l'enigma della misteriosa ragazza, il cui ritrovamento farà muovere intrighi internazionali.
Un libro davvero molto divertente con una trama ben costruita.

Consiglio di lettura: consigliato ovviamente agli appassionati di Sherlock Holmes, non solo perché è un grande classico, ma anche perché mostra un lato molto umano dell'investigatore che spesso tendiamo a sorvolare.

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giovedì 14 luglio 2016

L'incubo di Hill House, Shirley Jackson (1959)


Di nuovo il gruppo di lettura ha sorteggiato un libro davvero godibile.

Più riguardo a L'incubo di Hill HouseE'un libro costruito per essere inquietante e devo dire che a tratti c'è pure riuscito. La mia lettura è stata incalzante non solo per il ritmo del racconto ma anche perché mi sono trovata a condividere il libro con Manuela che ha l'abitudine di commentare a margine gli episodi che più la infervorano. Io stimo profondamente ogni sua opinione, ma volevo evitare di farmi influenzare nell'interpretazione di un libro che lascia molto di non detto e non chiarito. Quindi mi sono trovata a leggere in fretta per starle davanti nella lettura e, soprattutto, mi sono trovata nella situazione in cui lasciavo il libro la sera, certa di averla superata di un bel po', e poi ritrovavo la mattina il libro commentato ben oltre il mio segno.
Devo dire che è stata un'esperienza peculiare da fare proprio con questo libro.

Al di là delle  mie vicissitudini di lettura il libro mi è proprio piaciuto. Non è un capolavoro inarrivabile del terrore ma, secondo me, ha segnato la produzione di questo tipo di racconti. E' una specie di cippo di passaggio nelle produzioni di genere e da una parte riceve l'eredità di Lovecraft, in particolare nella costruzione della casa dalle geometrie impossibili, e dall'altra Stephen King ne fa un punto fermo nella sua immaginazione terrifica; la pioggia di sassi su Carrie è un tributo esplicito a questo libro.

Prima degli esseri umani, vera protagonista di questa storia è Hill House con le sue porte che si chiudono da sole, con le sue pareti non perfettamente dritte, con il suo labirintico susseguirsi di stanze che si mescolano e fanno perdere l'orientamento. Hill House incombe sulla vita e sulla psiche dei suoi abitanti e, per qualcuno, è talmente ingombrante da essere totalizzante. Il ritratto che l'autrice fa di questa casa è raggelante nella sua fredda poesia:

Nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà; perfino le allodole e le cavallette sognano, a detta di alcuni. Hill House, che sana non era, si ergeva sola contro le sue colline, chiusa attorno al buio; si ergeva così da ottant'anni e avrebbe potuto continuare per altri ottanta. Dentro, i muri salivano dritti, i mattoni si univano con precisione, i pavimenti erano solidi, e le porte diligentemente chiuse; il silenzio si stendeva uniforme contro il legno e la pietra di Hill House, e qualunque cosa si muovesse lì dentro, si muoveva sola.

Peccato che questa premessa non mantenga la tensione alta per tutto il libro, anzi ogni tanto perdiamo pezzi, ci sono buchi di trama, non si capisce chi sta parlando e cosa sta succedendo. Vero è che siamo nelle mani, anzi nella testa, di Eleanor che si presenta immediatamente come una sprovveduta che non ha la più pallida idea di quello che capita nel mondo. Via via diventa sempre meno credibile perché è chiaro che sta perdendo lucidità e il suo narcisismo immaturo si sta via via trasformando in instabilità mentale. Quindi come facciamo a sapere se quello che lei vede e interpreta è la realtà o sono soltanto allucinazioni dettate dalla sua mente ipereccitata?
Resta il dubbio fino in fondo se ci siano davvero i fantasmi o che sia la sua pazzia latente che esplode fino al finale tragico.

INIZIO SPOILER

A proposito del finale, lo trovo davvero ben scritto; forse l'autrice aveva avuto quelle classiche illuminazioni che ti dettano parola per parola l'inizio e la fine di un bel racconto e poi ti lasciano a barcamenarti da sola per riempire gli spazi in mezzo.
Anche il finale lascia aperte molte domande, ma il l'ho trovato un modo per recuperare Eleanor perché alla fine, proprio proprio alla fine, sembra risvegliarsi dal suo sogno psicotico... almeno sembra prendere consapevolezza di essere stata addormentata fino a quel momento.

Nel glorioso, eterno secondo prima che la macchina piombasse contro l'albero pensò chiaramente: Perché lo sto facendo? Perché lo sto facendo? Perché non mi fermano?

Scena davvero disturbante.

FINE SPOILER

consiglio di lettura: ovviamente a chi piace il genere, ci sono molte scene spaventose - come l'inseguimento di Eleanor da parte di una presenza invisibile o la fuga di Eleanor e Theo da qualcosa che non viene mai nominato -. Lo consiglio anche a chi vuole provare ad immergersi una una mente disturbata per capire quanto sia dentro Eleanor e quanto sia, invece, la casa che parla nella mente della giovane.

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