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Condannata dal vizio della lettura veloce a divorare libri su libri mi sono resa conto che mi piace non solo sfogliarli, annusarli, toccarli, prenderli e darli in prestito, rubarli, nasconderli, regalarli... ma persino parlarne fino all'esaustione.
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martedì 5 febbraio 2019

Il pensionante - Marie Belloc Lowndes (1913)

Image result for il pensionanteSe non ho capito male questo è il primo romanzo in assoluto che dà un'interpretazione narrativa del mistero di Jack lo Squartatore legandola ai fatti di cronaca dell'epoca. 
Il libro si apre sulla descrizione di una coppia di coniugi in cerca di un pensionante perché le finanza della famiglia si stanno assottigliando. Per questo accolgono con entusiasmo e senza fare troppe domande quando uno sconosciuto appare in una notte nebbiosa e chiede di alloggiare lasciando un deposito di tutto rispetto.
I richiami agli omicidi efferati del serial killer più famoso sono innumerevoli e scandiscono la vita di questa coppia. La signora Bunting - il nostro principale punto di vista - comincia ben presto a sospettare del loro pensionante ma tiene la bocca chiusa per non perdere l'unica fonte di reddito per la sua famiglia.
Per tutto il libro ho, onestamente, fatto il tifo per questa famiglia che si strugge tra il senso di colpa e il terrore atavico di rimanere senza sostentamento. Ci sono passaggi molto teneri in cui la moglie guarda il marito godersi la sua pipa, un piccolo vizio che si era tolto per non pesare sul bilancio. D'altra parte c'è tutta l'angoscia di dover tenere un segreto così conturbante che comincia a pesare sulla psiche della donna. Fino in fondo al libro si spera e si teme che Jack venga scoperto, sapendo comunque che l'autrice ha seguito in maniera perfetta lo svolgersi degli eventi secondo le cronache del tempo e quindi non c'è lo svelamento del colpevole.
Eppure il libro finisce con un colpo di teatro che lascia soddisfatti dando una spiegazione ragionevole alla repentina sparizione dell'efferato assassino.

Consiglio di lettura: Un bel libro, che tiene con il fiato sospeso. Lo consiglio a tutti quelli che una volta si sono imbattuti nel mistero di Jack lo squartatore e si sono chiesti chi fosse, da dove venisse e dove sia poi scomparso. Davvero davvero ben scritto.

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sabato 14 febbraio 2015

Uno, nessuno e centomila - Luigi Pirandello (1926)

La prima volta che ho letto questo libro avevo quindici anni e posso dire che è stata una vera epifania. Cosa c'è di meglio di un libro del genere per accompagnare le riflessioni di una adolescente sulla strada della costruzione della propria personalità? Ecco, diciamo che ero un'adolescente abbastanza equilibrata e quindi Vitangelo non mi ha trascinato nel vortice della sua follia lucida in cui l'unica via di fuga è il totale annullamento del sé.
Ehm, visto da questa prospettiva più che un percorso di formazione è un percorso di decostruzione, di analisi e smontaggio dei meccanismi del sociale, senza però fase costruttiva, senza risoluzione e miglioramento.
Eppure Pirandello è e rimane una lettura illuminante, è stato, per la letteratura italiana, un vero spartiacque che ha raccontato il cuore nero e instabile di ogni essere umano. E' il primo che riflette sul comportamento sociale, sulla frustrazione di non essere mai all'altezza dell'aspettativa sociale, dell'impossibilità di conoscere davvero le persone che ci stanno accanto.

Dal mio punto di vista questa è l'opera che anticipa e riassume tutte le tematiche che fanno di Pirandello un vero classico contemporaneo, un autore che parla al di là del proprio tempo e luogo d'origine. Parla della tragica incomunicabilità di quello che conserviamo nel nostro profondo; racconta come ogni persona porta centomila maschere a seconda del contesto sociale e di chi si trova di fronte e come questo mascheramento spesso è inconsapevole e fonte di dolore e incomprensione; descrive come sia impossibile comprendere in profondità le motivazioni che guidano i comportamenti degli altri.

Vitangelo all'inizio è un borghesotto con la testa vuota e con molto tempo da perdere. Eppure basta un piccolo incidente, il naso che pende da una parte, e tutto si rivolta contro questo omuncolo fino a trasformarlo in un lucido folle che cerca di rompere gli schemi, il muro di gomma in cui tutti ci nascondiamo per non guardare in faccia la tragedia da cui siamo attorniati, con atti da pazzo, per scuotere le coscienze e ottenere una reazione, un sussulto di comprensione da parte delle persone che gli stanno attorno.

Pirandello è davvero un genio nei dialoghi, il teatro è il suo strumento di comunicazione prediletto, infatti il teatro è mezzo molto più adatto del romanzo a veicolare il suo messaggio.
 
Quello che questo libro mi ha insegnato, nonostante la scelta di Vitangelo sia molto annichilente, è  che l'accoglienza e la tolleranza sono l'unica via, perchè nessuno può davvero capire il dolore degli altri e noi non possiamo fare altro che fare spazio senza giudizio. Mi ha insegnato inoltre che per non rimanere incastrati nell'etichetta che la società ti appiccica addosso l'unica strada che si può percorrere è quella della rottura, ma con "senno" e fare pace con l'idea che gli altri non ci vedranno mai come ci vediamo noi e questo però non ci deve far smettere di mostrarci e aprirci agli altri, anche a rischio di soffrire.

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venerdì 30 maggio 2014

IL GATTOPARDO - Giuseppe Tommasi di Lampedusa (prima ed. 1958 - riveduta 1969)

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Chissà quale strano meccanismo trasforma la letteratura italiana in un mostro noioso e da mandar giù se proprio si deve... perché è un po' questa la sensazione che raccolgo in giro quando mi capita di confessare di leggere classici italiani. Forse è la classica reazione da oddei, me lo fanno leggere a scuola, sarà sicuro pesantissimo e noioso! 
Ammettiamolo, ci caschiamo tutti; tutti, una volta o l'altra, abbiamo dato per scontato che se è citato nella mia letteratura allora è una roba illeggibile.
Persino io, che sono laureata in Lettere Moderne, ho guardato con sospetto questo libro (e molti altri capolavori come Il deserto dei Tartari  di Dino Buzzati) solo perché era nell'indice della mia letteratura e trattava di uno dei periodi storici meno studiati e amati dagli studenti italiani: il Risorgimento.
Quindi, ricapitolando: un libro del '900 italiano, della seconda metà del secolo, proprio quella che a scuola non si fa neanche per sbaglio, che ambienta la sua storia durante il Risorgimento, con un'Italia appena unita, e che parla di un nobile siciliano. Ecco, tutti gli ingredienti giusti per non aprirlo neanche un libro così.
Ecco che, così facendo, perdete una vera e propria chicca, una di quelle che ti riappacifica con il mondo (e mi fa credere di non aver buttato via tempo ed energie con il mio corso di studi).
Per quanto riguarda la storia, seguiamo la vita e le riflessioni del Principe Salina proprio nel momento in cui la Sicilia viene annessa al neonato Regno d'Italia. Il principe ci mostra un punto di vista disincantato e acuto su questo nuovo regno, tanto simile ai Borboni, è solo cambiato il nome di chi vuole comandare e che non conosce la poliedrica realtà della Sicilia fatta di sole, mare, terre brulle e gente di pietrosa o florida proprio come la terra che abitano.
 La lingua di Tommasi di Lampedusa è limpida e le metafore sono di un'acutezza e poeticità che commuove e il libro scorre via, proprio come scorre via la vita del  Principe e ci fa affezionare a questo nobile che conosce la vita e non si nasconde che sia finita un'epoca e che lui non fa parte e non vuole fare parte di questo progresso che sembra invadere e non lasciare tregua.
Tommasi di Lampedusa ci racconta la Sicilia della fine dell'Ottocento che non è molto diversa dalla Sicilia di oggi con i suoi segreti, le sue ritualità, le sue idiosincrasie. Mi ha mostrato una Sicilia non da cartolina (Donnafugata, il podere in campagna del Gattopardo non è proprio quel delizioso borgo che ci si può aspettare), una Sicilia dura, una Sicilia orgogliosa, una Sicilia maliziosa e trafficona. Ha il merito di aver tratteggiato un personaggio che si muove in un dato ambiente e che senza quell'ambiente perde di significato (a differenza del mio siciliano preferito -Pirandello- che racconta storie senza dare all'ambiente nessun ruolo, Agrigento o Milano, per lui è uguale).

Ancora una volta il Principe si trovò di fronte a uno degli enigmi siciliani. In questa isola segreta dove le case sono sbarrate e i contadini dicono d'ignorare la via per andare al paese nel quale vivono e che si vede lì sul colle a dieci minuti di strada, in quest'isola, malgrado l'ostentato lusso di mistero, la riservatezza è un mito. 
 pg. 54 

Lo consiglio vivamente a chiunque perché è una lettura che non annoia, che racconta una bella storia con un linguaggio ricercato ma non pedante e che tratteggia un punto di vista interessante sul controverso momento storico che ha segnato l'unità d'Italia voluta dagli intellettuali e per niente capita dalle masse.

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giovedì 1 agosto 2013

I promessi sposi - Alessandro Manzoni (1° pubblicazione 1827, definitiva 1840-2)

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Quello che mi piace dei libri è potermene portare via un pezzetto e sapere che il totale non subisce alcun danno. Così i miei libri - decisamente pochi, perché questa maledetta bulimia lettrice non è supportata da fondi e spazi altrettanto vasti - sono tutti infiorettati da sottolineature, rimandi e segnetti speciali che mi fanno cogliere i passi del mio cuore anche ad una veloce occhiata. E dove non posso perché è un sacro prestito bibliotecario (benedetto il paese delle fate da cui vengo in cui il prestito è ancora gratuito in tutte le biblioteche ottimamente assortite) o di qualche amico fidato (nel senso che si fida a prestarmi un suo libro ;) mi troverete a copiare diligentemente le citazioni sul quaderno apposito. Ehi, c'è chi colleziona francobolli... la mia abitudine non è così insana!

Tutto questo per dire che questo libro è letteralmente ricoperto di segni e rimandi e note perché regala brani interi che necessitano di essere ricordati. Senza dimenticare tutto quello che diligentemente riporta ogni brava letteratura (invenzione della struttura del romanzo moderno italiano - e già qui si potrebbe aprire tutta una riflessione sulla scelta di rifarsi al tipico plot dei romanzi alessandrini, unico esempio che si può avvicinare al romanzo in età classica: fidanzati che vogliono sposarsi, separati dal destino, attraversano mille peripezie per poi coronare il loro sogno d'amore... uh, lo sapevano i miei 25 lettori che alla fine Renzo e Lucia si sposano, vero? ;) - riordino dell'italiano per creare una lingua più uniforme rispetto ai dialetti orginali... eccetera eccetera eccetera, su, non tirate fuori la prof che vive dentro di me!), ho trovato che la forza di questo libro siano
  •  le riflessioni modernissime, quelle che riguardano situazioni che tutti una volta nella vita si sono trovati ad affrontare: Manzoni, ad esempio, descrive proprio quelle risposte saccenti in una discussione che però vengono in mente solo sotto la doccia; come difficilmente si conservano i segreti, perché tutti abbiamo un amico fidato a cui raccontarli che, a sua volta, avrà un amico fidato a cui raccontarlo e così via di seguito fino a chi si voleva tenere il segreto celato; il dramma umanissimo di Gertrude, la monaca di Monza, i ricatti affettivi di una famiglia che la ama solo se lei si piega al loro volere - dinamica così tragicamente moderna - e quella delicatezza così poetica, che già segnala Lella Costa, con cui Manzoni, come il più sottile degli ermeneuti, marchia nella memoria di ognuno di noi il momento in cui Gertrude sceglie di non dire di no- con tre parole: La sventurata rispose.  (alle attenzioni di un bulletto qualsiasi che però, finalmente, la vede per la donna che è, quella desiderosa di affetto e sensualità).

  • pezzi di inusitata poesia, come il famoso Addio ai monti di Lucia, in cui la nostalgia per i luoghi amati si mescola con tutta l'ansia degli esuli che se ne devono andare, non per loro volontà, e non vedono possibilità di ritorno... Chissà quanti emigranti, anche tra i miei amici, io compresa, hanno dato il loro addio ai monti rimpiangendo quello che lasciano con il timore di quel che troveranno nella nuova casa, vita, esperienza.
  • personaggi vivi, veri e veritieri, al punto che potrebbero essere trasportati nel presente senza perdere di autenticità.La capacità di fine analisi e tratteggio della psicologia dei suoi personaggi  fa di questi sia persone a tutto tondo che archetipi. Cerco di spiegarmi meglio: ogni personaggio che incontriamo ha un suo preciso passato e un carattere che determina il percorso, e questo fa di lui o lei un essere unico, animato da spinte e convinzioni personali; eppure questo crea, contemporaneamente, un'entità in grado di mostrare, in senso assoluto, cosa un essere umano, inserito in un certo contesto  può, sceglie, o si ostina a fare. Ad esempio, Renzo, il personaggio con cui mi sono trovata più a discutere e contestare, che me l'ha fatto sembrare vivo e attuale a distanza di secoli, sia quelli che mi separano dal suo tempo, che quell'unico che mi separa dalla mentalità di Manzoni. Ecco quello che fa il nostro caro Alessandro, crea personaggi che si muovono agilmente nel 1630 e fa fare e pensare loro cose che potrebbero essere pensate e fatte in qualunque tempo. Infatti Renzo è il tipico bravo ragazzo e onesto lavoratore che non ha mai fatto niente di male, finché l'occasione (e la prepotenza dei signori, non possiamo dimenticarlo) lo trasforma in uno che costringe un curato a sposarlo per forza, che deve obbligare la sua compagna a seguirlo nei suoi colpi di matto, che si mette per strada e in una grande città finisce in una rivolta, arrestato perché si è tradito ubriacandosi, scappa con l'aiuto della folla... tutto questo mentre la sua ragazza e la madre acquisita lo difendono dicendo che è un bravo giovane e non ha mai fatto male a nessuno e non si è mai messo nei guai e tutte queste traversie sono sempre e solo colpa di qualcun altro (o della sua dabbenaggine). Ho solo io la sensazione di sentir descrivere un tipo di ragazzotto comune anche in quest'epoca contemporanea, difeso e protetto e giustificato fino al paradosso dalle donne della sua famiglia? Classico stereotipo di maschio italiano, direte voi, descritto però da un altro uomo di metà '800, rilancio io! 
Concludo con la versione di Renzo che più mi ha fatto ridere e incazzare insieme: Renzo stalker! Immaginatevi la scena: Renzo ritrova Lucia dopo due anni in un lazzareto con la peste che infuria attorno e con Lucia che già si è votata alla Madonna per sfuggire alla prigionia dell'Innominato. Renzo sa di questo voto e più volte gli è stato detto di lasciar perdere, di non pensare più a Lucia che tanto non c'è niente da fare. Per quanto la signorina Mondella abbia la forza di volontà di una piuma in una tempesta, e infatti viene sbattuta di qua e di là come un pacco postale per tutto il romanzo, ha preso questa decisione e ha detto chiaramente al suo, ormai, ex uomo di lasciarla perdere. E cosa fa lui? Le piomba nella capannuccia (sempre in mezzo al lazzareto con la peste che incombe!) e le fa una partaccia dicendo cose irripetibili, tipo: "ma io ti amo, come fai a non amarmi!" "io ti ho aspettato fino adesso, eri promessa a me, non puoi cambiare idea!" "ti sei sbagliata" "i voti come si fanno si disfano!" e poi coinvolge il buon Fra Cristoforo che, con la scusa della Chiesa che è espressione della volontà di Dio, le scioglie il voto d'ufficio!

Niente, Renzo stalker proprio non mi va giù! Però, tranne due capitoli sulla diffusione della peste e il capitolo sulle gride con cui Alessandrino si è voluto far figo dei suoi studi storici, è una lettura divertente, interessante e coinvolgente. Ehi, io volevo proprio sapere cosa succedeva a tutti i personaggi coinvolti e quindi macinavo capitoli per inseguirli per buona parte del nord ovest italiano! Peccato che a scuola sia propinato a forza perché, se siete di quelli che sono sopravvissuti a Il nome della Rosa di Umberto Eco, questo libro potrebbe piacervi molto di più di quanto le noiose ore a dormire sul banco vi possano aver lasciato in ricordo.


Per non smentirmi: e io cosa leggo adesso?