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Condannata dal vizio della lettura veloce a divorare libri su libri mi sono resa conto che mi piace non solo sfogliarli, annusarli, toccarli, prenderli e darli in prestito, rubarli, nasconderli, regalarli... ma persino parlarne fino all'esaustione.

lunedì 18 gennaio 2016

Book Challenge 2016




Benvenuto nuovo anno e benvenute nuove letture!


Sull'onda dell'entusiasmo per un nuovo inizio (sperando che quest'anno porti davvero qualche novità positiva) e copiando un po' l'idea che gira in rete, ho deciso di aderire a questo simpatico giochino per movimentare un po' le mie letture. 
Il meccanismo è molto semplice, devo trovare una lettura che soddisfi una delle caratteristiche qui sopra elencate, leggerlo e poi bloggarlo per guadagnarmi il mio personale punticino virtuale in questa sfida con me stessa.  

E voi avete qualche metodo particolare per scegliere il prossimo libro che leggerete?


Buona lettura

domenica 10 gennaio 2016

Leggere Lolita a Teheran - Azar Nafisi (2003)

Più riguardo a Leggere Lolita a Teheran
Leggere Lolita a Teheran tempo non è un romanzo, ma vorresti che lo fosse.
Racconta cosa vuol dire essere una donna istruita in Iran ed essere irrimediabilmente innamorata della letteratura anglofona.
Racconta anche cosa vuol dire essere una donna al tempo della transizione dalla monarchia assoluta ma aperta all'occidente dello Scià alla dittatura religiosa dell'ayatollah Khomeini.

Racconta, soprattutto, cosa vuol dire essere una donna - indipendentemente dal grado di istruzione e dalle convinzioni religiose - costretta a vivere in una società che vede il femminile come il male e che applica il controllo sociale ad ogni aspetto della vita, sia pubblica che privata.

Il gruppo di ragazze che l'autrice invita a casa per dei seminari di letteratura americana sono uno spaccato delle donne iraniane degli anni '90 e, allo stesso tempo, potrebbero essere ognuna di noi. Infatti Azar Nafisi non solo ci racconta perché è importante leggere Lolita a Teheran, ma racconta anche la vita e le scelte delle sue studentesse, ragazze nate sotto la dittatura religiosa e che non hanno visto, come lei, quello che c'era prima. E' sconvolgente seguire la spirale dittatoriale in cui si avvita la società iraniana, da una monarchia aperta all'occidente in cui le donne hanno tutti i diritti civili - votare, sposarsi con chi desiderano, vestire e comportarsi come vogliono, accedere all'istruzione superiore e universitaria senza discriminazioni e ricoprire ruoli di prestigio - alla perdita totale di libertà private - dall'abbigliamento alle relazioni tra i sessi.
Quello che davvero mi ha colpito è stata la semplicità con cui quello che io considero diritti inalienabili siano stati tolti a diverse generazioni di donne con la scusa della sicurezza della "rivoluzione politica". La generazione dell'autrice ha provato a lottare, ma è stata incarcerata e ammutolita. La generazione delle sue studentesse è nata sotto la dittatura e danno l'idea di essere più... rassegnate.
Mi sono chiesta cosa vorrebbe dire per me e per le donne attorno a me vedersi portar via i diritti uno alla volta e rischiare di finire in carcere per una parola sbagliata o per aver manifestato la mia indignazione. Decisamente non è una domanda a cui è facile rispondere...

L'altra domanda che serpeggia per tutto il libro è: restare o andarsene?
Restare e tenere duro oppure andarsene per avere una vita migliore?

Altra domanda a cui non ho davvero la capacità di rispondere. Perché deve essere straziante dover rinunciare alla propria nazione perché questa non ti vuole e ogni dissenso è stroncato. Amare così tanto il proprio paese e non poter far nulla per renderlo migliore per sé e per i propri figli e figlie.

Consiglio di lettura: questo libro è uno schiaffo. Uno schiaffo che consiglio a tutti perché abbiamo bisogno di letture come queste, sia per capire l'importanza capitale della letteratura nella vita civile, sia perché è importante conoscere la vita degli altri per accendere quell'empatia necessaria a non farci dimenticare cosa vuol dire dover vivere la propria vita in clandestinità.

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lunedì 21 dicembre 2015

Una città o l'altra - Bill Bryson (1991)

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Bill Bryson per me è una certezza.  Qualunque cosa scriva so che sarà tempo ben speso in compagnia di un amico qualunque a cui capitano avventure impreviste. I suoi racconti di viaggio non sono mirabolanti percorsi avventurosi inavvicinabili dai comuni mortali, ma sono itinerari fattibili da chiunque e affidati alle divinità che sorvegliano i mezzi pubblici e i piccoli viaggiatori solitari.

Quello che lui racconta è esattamente il mio ideale di viaggio: un itinerario di massima con alcuni luoghi imprescindibili, uno zaino in cui portare il mio piccolo pezzetto di casa, un buon abbonamento ai mezzi pubblici e via in solitaria... o, al massimo, con qualcuno con cui sono abbastanza in sintonia da poter sopportare quando il viaggio si fa troppo scomodo o capita qualche incidente di percorso. Compagni così sono davvero rari e si scoprono tante cose sulle amicizie e sulle relazioni quando si perde l'ultima coincidenza utile per un pasto caldo e un luogo sicuro dove dormire o, sventura capitata a cari amici, ti va a fuoco tutto il bagaglio sul tetto dell'autobus che ti sta portando in Iran.

Leggendo Bill Bryson si viaggia con lui, scoprendo quei piccoli tic e idiosincrasie che sono in ognuno di noi e che escono con prepotenza in viaggio. E' esattamente come avere un compagno con cui dividere il viaggio in treno, la scelta dell'albergo o del posto dove mangiare, le piccole gioie e disavventure tipiche.

Tutti i suoi libri di viaggio, tranne quello sull'Appalachian Trail e quello sull'Australia, parlano direttamente al mio cuore e ai miei personali ricordi di viaggio ed è affascinante vedere città e paesi che ho visitato attraverso gli occhi di uno scrittore che viene dal profondo Iowa e ha vissuto molta della sua vita adulta in Gran Bretagna. Dà una prospettiva interessante al suo modo di vedere il mondo.

In particolare questo libro racconta un viaggio in Europa in solitaria usando mezzi pubblici. Da Oslo a Istanbul passando per la Germania, la Svizzera, l'Austria e quella che è ancora la Jugoslavia. Quest'ultimo paese segna quanto sia datato questo libro... in 24 anni molte cose sono cambiate, ma non tutte e alcune considerazioni sono assolutamente attuali. Fa abbastanza impressione, ad esempio, vedere l'Italia dei primissimi anni '90 attraverso gli occhi di un americano. Quando Berlusconi era ancora solo un imprenditore e non una barzelletta mondiale e le città d'arte erano sporche e poco curate. Ops, forse questo non è poi così diverso.

Ogni tanto scivola un po' nello stereotipo e si può notare più facilmente nelle descrizioni dell'Italia, ma è abbastanza scontato che per descrivere un popolo sia necessario generalizzare un po' e quindi cedere allo stereotipo.

Personalmente ho trovato molto tenere le descrizioni di alcune città come Bruxelles e Colonia, visto che sono località che ho visitato da poco e a cui, per vari motivi, mi sono affezionata.

Consiglio di lettura: Lo consiglio a chi voglia farsi un viaggio nella nostalgia del nostro passato recente... l'Europa non è più solo quella descritta in questo libro, anche se molte descrizioni i situazioni non sono mai cambiate.

Vorrei concludere citando lo scrittore proprio su una sensazione che ho sentito spesso quando ero in viaggio: la voglia di tornare a casa.

Ed ero, lo ammetto, pronto ad andare. sentivo la nostalgia della famiglia e del calore di casa mia. Ero stanco del travaglio quotidiano di trovarmi vitto e alloggio, stanco di treni e corriere, stanco di sentirmi costantemente perplesso e perso, stanco soprattutto della piatta compagnia di me stesso. Quante volte, negli ultimi  giorni, ero stato immobile ad ascoltare i miei pensieri oziosi e blateranti e avevo desiderato prendere su e andarmene, lasciando lì il mio ego?
Alo stesso tempo, però, sentivo in me un impulso irrazionale che mi spronava a proseguire. Viaggiare, in qualche modo, produce una forza d'inerzia che ti spinge a continuare, a non fermarti mai. Dopo tutto, quella era l'Asia. Proprio lì, di fronte a me. Asia. Il solo pensiero mi sembrava incredibile. Pochi minuti e l'avrei raggiunta.Avevo ancora dei soldi. Un continente inesplorato si estendeva davanti ai miei occhi.
Non andai. Ordinai un'altra Coca e rimasi a guardare le navi. Forse in circostanze diverse avrei proseguito. Ma ciò, ovviamente, non è né qui né lì.

Credo che tutti i viaggiatori abbiano sentito quella misto di nostalgia di casa e brama di fare ancora un passo, vedere ancora un paese, visitare un'altra piazza. Ogni tanto vince il desiderio di casa e ogni tanto, quando le circostanze sono diverse, vince la brama... e il viaggio ricomincia.

(Neither Here nor There,  né qui né lì, è il titolo originale di questo libro...)

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mercoledì 16 dicembre 2015

GIRO DI VITE - Henry James (1898)


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Giro di vite è un esperimento letterario. Il punto di partenza è la classica storia di fantasmi di britannica tradizione. La stessa introduzione richiama il genere: un gruppo di amici, la sera di Natale, un caminetto e storie da brividi per scaldare la serata. Uno dei convitati offre un brivido in più: non una storia inventata ma, addirittura, il vero diario di un testimone di un evento sovrannaturale.

La divisione in due parti, prima la parte che fa da cappello introduttivo e poi la parte diaristica, si rifa a tutta una serie di precedenti illustri del romanzo gotico e sta proprio in questo tutta l'idea dell'esperimento letterario. Infatti Henry James scrive alla fine dell'ottocento (il libro è pubblicato nel 1898) ma richiama un genere il cui massimo splendore è di un secolo e mezzo prima. 

Come rendere innovativo un genere che ha così tanta storia alle spalle?

Giocando tutto sul non detto, sull'allusione, sul racconto di un testimone che si presenta immediatamente come impressionabile e poco affidabile.

Trovo estremamente moderno questo costruire l'inquietudine che pervade tutto il libro non su eventi sovrannaturali ma sull'ambiguità; sarà vero quello che vede l'istitutrice? I bambini sono stati davvero traviati dai sordidi servitori morti? I bambini sono complici dei fantasmi oppure sono vittime innocenti delle visioni di una donnetta impressionabile al suo primo incarico? Perché lo zio, unico tutore, di questi bambini dice espressamente di non voler essere disturbato?

Le domande continuano per tutto il libro e crescono con l'incedere dell'azione verso il finale parossistico che inquieta ma non risolve.

Io l'ho trovata una lettura molto piacevole, a cui non pesa per niente addosso il secolo compiuto. Anzi, potrebbe essere la nonna di molti thriller psicologici che hanno avuto molto successo all'inizio del duemila, su tutti The Others (2001) con Nicole Kidman.

Consiglio di lettura: per tutti gli appassionati di sovrannaturale alla Poe e poco inclini allo splatter.


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martedì 29 settembre 2015

Orgoglio e pregiudizio e zombie - Jane Austen, Seth Grahame-Smith (2009)

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Alle volte capita anche il libro brutto. Succede, è destino.


Non possono sempre essere chicche meravigliose che scaldano il cuore e sorprendono il topolino lettore che vive dentro di me. Alle volte bisogna rassegnarsi che i libri che sembravano avere un certo potenziale di avventura e divertimento si dimostrino esercizietti commerciali a fini puramente remunerativi.

Ecco, questo libro è proprio quello che intendo con libri delusione. La storia è esattamente il riassuntino semplificato del capolavoro di Jane Austen con l'aggiunta di qui e là di zombie come adesivi appiccicati a caso. Nessun cambiamento nella trama, nessuna variazione se non quella di dotare le sorelle Bennet di una preparazione nelle arti mortali per ammazzare gli zombie al servizio dell'Inghilterra e l'infezione di uno dei personaggi minori. 

A proposito di questa trasformazione in zombie devo dire che è l'unica parte di un lieve interesse. Unica svolta di trama che si risolve con due personaggi morti e uno con un gesto completamente fuori carattere. 

Lo sconsiglio caldamente a tutti. Tempo perso e l'unica cosa interessante è la copertina.

Che tristezza.

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mercoledì 16 settembre 2015

La vita sessuale dei nostri antenati - Bianca Pitzorno (2015)

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Ho conosciuto la Pitzorno con questo libro, con un libro scritto per un pubblico adulto, e non l'avrei preso in considerazione se non l'avesse consigliato un blog di libri che mi dà sempre idee interessanti (al link un'intervista all'autrice) e se non me lo fossi trovato sbattuto in faccia nella libreria di una cara amica. 

Tutto questo per dire che il destino si è dovuto impegnare un bel po' per farmi leggere "La vita sessuale dei nostri antenati". Tutto questo anche per dire che non ho la possibilità di fare confronti con i suoi libri per bambin* e ragazz* perché non li ho incontrati al momento giusto.

Posso dire però che questa lettura mi ha appassionato e mi è piaciuta tantissimo. L'ho trangugiato in meno di una giornata. Trovo lo stile asciutto e scorrevole che fa apprezzare la vicenda senza perdere le sfumature emotive e i dettagli descrittivi (le ombre delle foglie sul braccio di Estrella che la rendono maculata e quasi livida; i segni della decadenza fisica dello sciamano tutta giocata su pennellate veriste).


Ada - Adita per distinguerla dalla capofamiglia - è la protagonista di questo libro ed è il nostro file rouge; infatti è attraverso il suo personalissimo punto di vista che seguiamo il dipanarsi delle vicende e la scoperta della saga familiare (il libro è scritto in terza persona limitata - giusto per fare un po' di tecnicismo - e l'espediente permette di seguire i moti interiori di Ada e di raccontare vicende lontane nel tempo senza che si perda continuità nella narrazione).
Ada è una donna razionale, ha 37 anni nel 1979, ha vissuto il '68, la liberazione sessuale, ha fatto la contestazione, convive e non ha figli, si sente, insomma, una donna emancipata, moderane e libera dal carico del retaggio ancestrale dei doveri, obblighi e superstizioni provenienti dalla famiglia e del paesino da cui proviene. Il libro, infatti, si apre con un orgasmo estremamente soddisfacente e adultero su cui Ada pontifica (orgasmo che sembra essere l'emblema del suo essere emancipata, libera e moderna) e una fuga indignata durante l'intervento di uno studioso di antropologia in grado di dialogare con le immagini dei morti tramite una giovanissima studentessa dotata, a dire dello studioso, di capacità medianiche.

L'immagine che ci viene proposta è quindi quella di una donna tutta d'un pezzo, razionale, senza derive "isteriche" nella tradizione e nella superstizione. Tutto questo però non le impedirà di essere visitata ripetutamente da sogni ammonitori e svelatori, di sacrificare un gallo ad Asclepio, di parlare con le proprie antenate attraverso il loro diario o le loro lettere e di essere coinvolta suo malgrado in tutti gli intrighi, gli scandali e i segreti della sua famiglia.

Il messaggio di questo libro sembra essere che tutte le famiglie hanno segreti e le custodi più o meno volontarie sono le donne; donne a cui è negata la parola per proprio pudore o vergogna o per scelta, per diventare consapevoli conservatrici del bene del nucleo familiare. Bianca Pitzorno dà voce a ogni donna sia in modo plateale (il diario di nonna Ada è il compendio di qualsiasi libercolo di letteratura esplicita, altro che le cinquanta sfumature di noia), sia nelle più accorte e sublimi allusioni per chi si è nascosto e protetto per tutta la vita.

Un altro punto che mi ha fatto amare questo libro è la quantità di misteri e intrighi presenti, tutti svelati, per fortuna, entro la fine. Tutti, tranne uno che rimane molto ben celato proprio fino alle ultime pagine, così bene da quasi non far neppure sospettare la presenza di un segreto. Questo mistero rimane celato e c'è per chi lo vuol vedere, Vengono però dati tutti gli elementi per avere la soluzione senza che questa venga spiattellata, confidando quindi nell'intelligenza del lettore.

Ci sarebbe ancora da parlare delle passioni segrete, degli amori impossibili e di quelli sconvenienti, delle violenze, di quanto basti un soffio per nascere in una famiglia bene o in una di disgraziati, di Armellina, di Carla Eugenia, di Jimena... ma perché rovinarvi il piacere di scoprire da soli i misteri e i segreti conservati ben oltre la morte.

Due cose mi restano da dire:
Chi diavolo è Estella? Mi viene da pensare che che sia proprio quello che non dice di essere: una facilitatrice per far parlare i morti, anzi, le morte, perché è dall'incontro con lei che Ada comincia ad affrontare il suo passato e quello della sua famiglia conoscendo, finalmente, tutte le sue antenate e, infine, sua madre.
La seconda è un ringraziamento:  grazie Clorinda per tutto quello che sei stata.

Consiglio di lettura:  a chi ama le saghe familiari, a chi crede che le donne siano la memoria della storia minuta, a chi ritiene che non si dia abbastanza voce alle donne.

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giovedì 3 settembre 2015

Il golem e il genio - Helene Wecker (2013)

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Questo è uno di quei libri su cui non scommetto una lira. Uno di quei libri che leggo perché sono lì in libreria a prendere polvere e io ho bisogno di qualcosa di assolutamente inconsistente per riprendermi magari da una megameratona o da un libro traumatico. Solitamente valgono poco, giusto come spegnicervello come dice una cara amica. Con questa disposizione d'animo leggo un sacco di romanzi rosa (Rosamunde Pilcher è la mia preferita, c'è sempre un cottage nella brughiera e un bel ragazzo brizzolato con il maglione che mi aspetta da qualche parte con lei); mi lascio tentare dalla fantascienza da banco; prendo in mano libri che non ho degnato di uno sguardo fino a quel momento; mi tuffo alla ricerca di qualsiasi cosa mi tenga compagnia e non pretenda nessuno sforzo da parte mia (ecco perché non leggo gialli quando sono in questa fase, mi sembrerebbe di buttarli via).

In questo caso l'acquisto era stato fatto dal mio alto potenziale di riferimento perché la copertina era accattivante ed era stato abbandonato sulla nostra libreria in attesa di collocazione. Credo che sia abbastanza chiaro che è stata la noia a farmelo prendere in mano e devo anche ammettere che l'avevo già iniziato in precedenza ma poi lo avevo abbandonato dopo poche pagine.
Alla seconda lettura mi ha sorpreso rendermi conto che la storia mi avvinceva e divertiva più di quanto mi aspettassi.

La storia è ambientata alla fine dell'Ottocento a New York e si occupa in parallelo di una golem creata per essere una buona moglie che nel viaggio verso l'America perde il suo padrone e un genio, uno spirito della tradizione mediorientale, che viene liberato da uno stagnino in mezzo a Little Syria. La comunità ebraica e quella dei cristiani copti siriani vivono a stretto contatto ma, desiderosi di tenersi strette il più possibile le proprie tradizioni e gli usi del proprio paese d'origine, sembrano essere distanti migliaia di chilometri. Eppure questi due esseri, così diversi tra loro eppure così simili nella loro solitudine di stranieri in terra straniera, saranno in grado di riscattarsi e trovare un loro spazio in questa America così accogliente e spaventosa assieme.

Come dicevo, le storie sono seguite in parallelo, i due personaggi principali si incontrano per caso e hanno appena il tempo di scoprire uno il segreto dell'altra prima di essere trascinati via nel turbine delle loro vite. Passeranno tutto il resto del libro a cercarsi nonostante lui sia un genio tutto votato alla soddisfazione dei propri piaceri e lei invece vorrebbe fare solo una vita ritirata senza essere assediata dai bisogni di chiunque (che lei, creata per soddisfare ogni necessità del suo padrone, sente senza che nessuno parli).

Di questo libro mi è piaciuto molto l'intreccio, come sono state gestite le due storie che avanzavano di pari passo senza quasi mai sfiorarsi; ho trovato che questi personaggi abbiano una loro crescita, entrambi catapultati in un tempo e in un luogo che non apparteneva loro, alla ricerca di un loro spazio e una ragione di vita non imposta dall'esterno; mi è piaciuto l'elemento di pericolo perché c'è un personaggio che dà la caccia sia alla golem che al genio per sfruttarne i poteri; ho trovato ben descritto l'ambiente in cui si muovono, in questa N.Y. che cambia ad ogni angolo, dai quartieri ricchi ai vari quartieri etnici così chiusi su se stessi da essere piccole isole; mi ha lasciata soddisfatta il finale, non melenso e non troppo scontato.

Devo dire che questo libro mi ha divertito molto più di quanto mi aspettassi e mi ha tenuta incollata alla pagina.

Consiglio di lettura: nonostante la presenza di creature della tradizione folkloristica di due popoli non me la sento di definirlo fantasy, perché è un libro bel inserito nel contesto - l'America delle opportunità per tutti, degli immigrati della fine dell'Ottocento inizio Novecento - che ne fa quasi un libro storico, di costume. Ecco perché non lo consiglio ai lettori fantasy, ma a quelli a cui piacciono i romanzi "in costume" se così si può dire. La storia è ben congegnata e appassionante e la lettura non è per niente impegnativa nonostante la mole.

E io cosa leggo adesso?